Storie di animali

    Gesù Cristo Vero Dio e Vero Uomo - Sito Cristiano Cattolico

Alcuni canti del rinnovamento nello Spirito Santo

Titolo
Adoro Te
Davanti a questo Amore
Gesù t'adoriamo
In eterno canterò
Invochiamo la Tua Presenza
Lode al Nome Tuo
Tu sei Santo Tu sei Re

 

Ogni giorno, nel monastero ortodosso di Optina, in Russia, si tiene un rito di ringraziamento. Padre Sergey Kuzmic, durante questa processione con la Croce fra le mani, è seguito da una decina di gatti che sono stati adottati dai religiosi.

 

Dopo anni, lui non ha più nulla che ricordi il vecchio randagio e, anche io, mi sento un po’ meno forestiero.

 

Per quasi un decennio ho visto correre sul tetto un gattone grigio a pelo lungo. Lo sguardo fiero e l’aria di chi dall’alto domina ogni situazione e controlla attentamente ogni opportunità che la vita può offrire: un po’ di cibo avanzato dai miei gatti domestici o l’apparire di una femmina ancora intera da coprire.

Ci siamo sopportati a reciproca distanza e quando piombava sulla finestra cercavo di lasciarlo mangiare indisturbato, un qualunque movimento lo avrebbe messo subito in fuga. In seguito a un intervento veterinario capitanato dalla protezione animali, il gattone grigio, insieme a un buon numero di altri gatti selvatici è stato catturato, sterilizzato e rimesso in zona nell’arco di un paio di giorni.

Quattro anni fa, sul finire dell’estate, ha iniziato a presentarsi in cortile regolarmente all’orario dei pasti e ad attendere pazientemente che qualcosa comparisse nella sua ciotola. Con un po’ di timore mi avvicinavo a lui con la mia scatoletta e la risposta era un ringhio deciso che esprimeva chiaramente il suo desiderio di non andare oltre...

Dopo un mesetto, una mia amica suggerì di chiamarlo Uncino: un’orecchio era alzato e vigile, l’altro portava i segni delle antiche battaglie e restava sempre abbassato. Nell’arco di qualche giorno passò dal cortile alla finestra e per la prima volta tentai di fargli una carezza; la risposta fu una zampata decisa ma del tutto priva dell’uso delle unghie.

Ancora qualche giorno e riuscii a stabilire il contatto. Una carezza, un’altra ancora e un giorno si buttò a terra, un po’ come fanno i cani e si lasciò grattare la pancia. Il passaggio dal ringhio alle fusa avvenne più facilmente di quanto avrei creduto.

Una mattina, pochi giorni dopo, provai a chiamarlo, ma se ne stava arrampicato su una scala e stranamente, non rispondeva al mio appello.

Verso sera ci riprovai, ma ancora niente.

Quando si decise a venir giù, il giorno successivo, perdeva sangue dalla schiena e mi accorsi di una ferita tanto larga, quanto lunga e profonda. Tornò rapidamente in cima alla scala e chiamai una veterinaria amica. Marina, l’amica che gli aveva trovato il nome, si arrampicò sulla scala e lo prese energicamente per la collottola. Si lasciò prendere e non oppose resistenza quando lo introducemmo nel trasportino. La ferita era infetta, e le mosche carnarie lo stavano divorando dall’interno.

Fu ricucito e tornò a casa o per meglio dire, in oratorio. Lo tenemmo in disparte, in una stanza chiusa, per evitare nuove infestazioni di carnarie. Qualcuno, a cui vorrei proprio dire grazie, entrò in quella stanza e aprì la finestra: il risultato fu una nuova e più profonda infestazione. Mi accorsi in fretta della presenza dei vermi e tornammo dalla veterinaria.

Tutto sembrava perduto. Mi disse che difficilmente ne sarebbe venuto fuori e lo ricoverò nel suo studio. La prima settimana avevo costantemente paura di ricevere una telefonata da parte di Elena, la veterinaria: non sarebbero state buone notizie.

Il telefonò squillò due settimane dopo, Uncino aveva ripreso a mangiare e a forza di impacchi di miele e amuchina si era formata una spessa crosta sulla schiena, buone notizie. La cura antibiotica da cavallo lo aveva chiaramente debilitato, ma Uncino si era dimostrato collaborativo e un po’ alla volta, nonostante sia affetto anche dalla FIV, iniziava a dare segni di guarigione.

Tornò a casa dopo un mese, ancora con il suo crostone e si abituò facilmente ai limiti del mio ufficio parrocchiale. Si lasciò curare anche da me e non oppose nessun ostacolo sia quando gli medicavo la ferita, sia quando gli aprivo la bocca per dargli l’antibiotico.

Era così contento d’esser vivo, (è ancora così felice) e il rapporto tra noi due crebbe senza misura. Le feste che, neanche un cane, al mio arrivo al mattino, il suo posto in braccio e le fusa che andavano avanti per ore intere e la fiducia totale e reciproca che rendono un rapporto straordinario.

Quando arrivò la Primavera, Uncino aveva ancora qualche piccola crosta, ma le energie erano tornate e riprese a girare anche sui tetti. Il mattino soggiornava in ufficio dove continuava a passare buona parte del tempo. Quando voleva, si arrampicava sulla scala e diceva arrivederci.

Nel tempo della malattia aveva stabilito buoni rapporti con gli altri gatti e, con qualche piccola tensione iniziale, era riuscito a farsi accettare da tutti.

Poi, un lunedì tra i tanti, non lo trovai in ufficio e iniziai a preoccuparmi. Iniziai a cercarlo ovunque, ma non c’era traccia della sua presenza. Per tutta la settimana andai avanti a chiamarlo e a sperare in un suo ritorno.

Nella notte del sabato successivo, sognai di alzarmi e di andare in ufficio. Era un sogno bellissimo con colori più luminosi di quelli del mondo reale. Non camminavo, galleggiavo sulla strada e raggiunsi improvvisamente l’ufficio. Non ebbi bisogno di aprire la porta, l’attraversai come se non esistesse affatto.

Alla mia sinistra Uncino era seduto e mi fissava. Mi svegliai con le lacrime agli occhi e senza neanche far colazione, mi precipitai in ufficio: era lì, nel punto esatto in cui lo avevo lasciato nel sogno. Lo abbracciai forte e l’unica cosa che provai in quell’istante era trasparente gratitudine.

E’ ancora qui, non mi ha più lasciato: lui non ha più nulla che ricordi il vecchio randagio e anche io, mi sento un po’ meno forestiero.

DON FABIO

Fonte: lastampa.it

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